venerdì 8 febbraio 2013

Chiara Lera. Fuoco incrociato tra casualità ed intenzione.


Valeria: Ciao Chiara, racconti brevemente il tuo percorso? Quando hai deciso di fare l'artista?
Chiara: L'espressione artistica è per me una componente vitale che ho sempre preso "molto sul serio". Non l'ho mai vissuta come una semplice passione o come un passatempo, neppure da bambina. Penso di aver deciso di fare l'artista quando ho capito come impugnare una matita, direi quindi intorno ai cinque anni.

Valeria: Hai avuto dei maestri?
Chiara: Ho avuto dei buoni docenti che ricordo con grande stima ed affetto, ma Maestri nel senso proprio del termine, artisti che con il loro lavoro e la loro presenza diretta sono stati punti cardine nella mia ricerca, direi di no.


Valeria: Il caso ha un ruolo o no nel tuo lavoro?
Chiara: Il caso ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro. È quella componente indefinita che entrando in corto circuito con la controparte razionale, da vita alle mie opere sospese in bilico tra casualità e intenzione. Nell'atto creativo, soggetto al fuoco incrociato di casualità e intenzione, si riassume l'eterna dialettica tra cuore e cervello.

Valeria: Cos'è per te l'arte contemporanea?
Chiara: L'arte contemporanea è un magma di tendenze, scoperte, rivelazioni e bluff. In questa fase direi che abbiamo superato il bisogno di affermare il nuovo negando il passato o semplicemente il resto. La convivenza di più tendenze contemporaneamente, nell'arte come nella società, è pienamente accettata. Trovo che questo sia un buon approccio, molto più tollerante rispetto al passato, purché non scada nel relativismo più trito e nella totale assenza di trasporto ideale. Ultimamente sto notando, in reazione alla tendenza concettuale che ha dominato gli ultimi decenni, una rinnovata attenzione alla qualità tecnico-estetica dell'opera. Un'altra lama a doppio taglio, positiva quando è volta a ridare dignità all'opera finita in quando oggetto fruibile dall'occhio oltre che dalla mente, fortemente negativa invece quando svuota l'opera di ogni significato riducendola ad un manufatto estetico, vincolato ai criteri accademici del bel disegno, alla materiale di pregio, alla cornicina standard e al significato apparente e preconfezionato.


Valeria: Ti dai delle regole per il tuo lavoro: tipo orari precisi in cui dipingi.
Chiara: Non direi. Vorrei però parlarti di alcune dinamiche, forse scaramantiche e sicuramente poco razionali.
L'opera può nascere bene e completarsi quasi da sola, oppure nascere male e spegnersi in corso d'opera. In questi casi l'accanimento terapeutico non serve a niente. In caso di opere "infelici" ci sono due possibilità: restano incompiute senza suggerire nulla di buono, allora diventano materiale di riciclo. Altrimenti, generalmente dopo mesi che sono lì ammezzate, mi diventa chiaro il da farsi e intervengo in forma drastica e risolutiva. Generalmente è da questa dinamica che nascono i lavori più interessanti.

Valeria: Da dove trai ispirazione?
Chiara : Da quello che ho visto e da quello che vedo ogni giorno. Certe immagini rimangono incollate alla mia memoria e chiedono di essere ritratte. Ed io le accontento. È un sentire puramente irrazionale, un sussurro che vuole essere assecondato. Aldilà del soggetto, più che un significato definito, ci sono emozioni che vado a stuzzicare, percorsi che suggerisco a chi si avvicina all'opere.

Valeria: Qual'è l'opera del passato che avresti voluto fosse stata una tua creazione?
Chiara: Nighthawks di Hopper

Valeria: Quanto è importante la ricerca dei materiali nelle tue opere?
Chiara: La scelta dei materiali è fondamentale. Un'ampia gamma di vibrazioni cromatiche è legata alla superficie utilizzata. Nelle tecniche sperimentali che affronto, osservare le dinamiche del caso, mette in luce le potenzialità e i limiti dei materiali permettendomi di capire come meglio impiegarli e a quali scopi.

Valeria: La bravura dei pittori si misura in base alle quotazioni di mercato?
Chiara: Le quotazioni di mercato sono uno dei tanti metri di giudizio, in quanto la bravura artistica non è l'unico fattore a determinarle. Dipende poi cosa si intende per bravura, se vogliamo prendere in considerazione soltanto l'opera o anche la capacità dell'artista di farsi strada sul mercato, di stringere relazioni, di promuovere se stesso oltreché il proprio lavoro.

Valeria: Chi è il critico d'arte?
Chiara: Il critico d'arte è la spina dorsale teorica delle tendenze artistiche, che è tenuto ad amplificare con le parole, ció che l'artista esprime con i registri che gli sono più consoni.

Valeria: Chiara il colore per te è ?
Chiara: Il colore in connubio con la scelta dei materiali e degli strumenti di lavoro è una componente molto importante nel mio lavoro. Non ho una gamma cromatica definita, cambia molto in relazione ai progetti che di volta in volta affronto. Ultimamente sto lavorando con il colore ridotto ai minimi termini di pigmento e colorante, che diluisco nella misura che ritengo opportuna. Talvolta per generare i bianchi intervengo decolorando il supporto, oppure bruciandolo per generare i neri. Il bianco e il nero, non colori per definizione, nascono così dall'alterazione fisico-chimica dei materiale anziché da un'aggiunta pastosa di colore.

Valeria: Progetti per il futuro?
Chiara: Ho in mente una nuova collezione con nuovi colori e materiali diversi che sto pian piano definendo. Poi da cosa nasce cosa!
Chiara, vive e lavora a Pietrasanta




Nell'occhio del Ciclope di Giacomo Lucarini

CARUSO PASCOSKI (DI PADRE POLACCO)
Francesco Nuti, 1988



“Dammi un bacino”.
Iniziare una rubrica di cinema in un blog d’arte, per quanto pazza, con una commedia italiana anni ’80 può sembrare assurdo. Eppure, chi bazzica e mastica cinema sa che, in quanto arte popolare e costosissima, prometeica, la settima arte ci regala spunti di riflessione laddove meno ce lo aspettiamo.
E allora, concedetemelo: Caruso Pascoski (di padre polacco) perché grande protagonista dello sfondo della strampalata storia d’amore tra Giulia e Caruso è una stupenda Firenze, città d’arte per eccellenza: via del Corso, il Lungarno, Piazza della Signoria e Santa Croce... Perchè la commedia italiana è un’arte andata scemando che forse proprio in quegli anni ha sparato le ultime cartucce… perché far ridere è un’arte e, di pancia e soggettivamente, ammetto che questo film ha il potere di farmi ridere, sorridere e divertire anche a distanza di anni e ripetute visioni. Non è da tutti.


Quella di Francesco Nuti è una parabola in sè quintessenziale della vita dell’artista: giovane e di belle speranze, grande gavetta, successo in gruppo, successone da solista, sfracelli al botteghino con film gradevoli e anche interessanti, poi il passo più lungo della gamba, caduta, agonia, demoni personali, malattia e triste limbo.
Eppure, in una manciata di anni e di opere, questo attore e regista di Prato ha segnato in maniera indelebile il cinema italiano e lanciato uno stile, la commedia toscana “personale”, che tanti consensi avrebbe raccolto anche in seguito, quando le sue sperimentazioni lo avrebbero portato troppo in là.
Uno stile poi saccheggiato a piene mani da Pieraccioni – senza mai sfiorare nemmeno per sbaglio l’onestà e la verve dell’originale. Certo, Nuti soffre di un narcisismo sfrenato e spesso, soprattutto da regista, tende ad assecondarlo; ma Caruso Pascoski è la sua prova migliore e ad ogni visione si ride come fosse la prima. E un pochino, diventati più grandi, si condividono anche i tormenti di tutti i suoi personaggi.


I momenti migliori: l’incipit cronachistico dell’amore tra Caruso e Giulia, sul fuoco di fila di hit italiane d’epoca, la scena dei pazienti di Caruso, il tributo a Taxi Driver nei bagni pubblici, la sfuriata alla Coop (che però era quella di Piazza San Marco a Prato), il tormentone del “Dammi un bacino”, il monologo sugli insaccati in salsa politica…
La storia dell’innamoratissimo, impacciato e un po’ folle psichiatra Caruso (Francesco Nuti), abbandonato dalla moglie-totem Giulia (Clarissa Burt) per “eccesso di passione” – spassosissime le scene in tribunale – è un po’ la rappresentazione delle paure di tutti: essere abbandonati dalla persona adorata senza sapere perché, poi ritrovarla in modi strani e poco ortodossi, infine… beh, non vi diciamo che cosa, se ancora non lo avete visto, ma sappiate che c’è di mezzo un altro (Ricky Tognazzi) e che niente, in fondo, è come sembra… neppure l’amore della vita. Se c’è una cosa che funziona in questa pellicola, infatti, è l’atmosfera da melodramma che striscia tra le pieghe della commedia e si insinua con scene molto particolari, che rimangono sottopelle, senza mai arrivare ad uno scioglimento sereno ma rimanendo lì, sospese. Come il finale.
Poche volte si vede un film dove si parla tanto di una donna e la si vede così poco, e quando la si vede si rimpiange di non vederla. Clarissa Burt è bellissima, statuaria e cagna come poche, persino la doppiatrice (Simona Izzo, poi – guarda un po’! – signora Tognazzi) è in difficoltà nel far combaciare il labiale.
Quindi? Narcisista, spesso sbilanciato, un po’ invecchiato in certe gag, leggero leggero quasi impalpabile. Sì, ma un film che a riguardarlo oggi si rimpiange certo cinema italiano “medio” che è esistito e pare non ci sia più: vivo, vitale, sfacciato e divertente. Scusate se è poco





giovedì 7 febbraio 2013

In Vinile, di Sergio Pardini

Con immenso piacere, inauguro la nuova rubrica IN VINILE ideata, creata e scritta da Sergio Pardini. Un viaggio nel fantastico mondo degli LP.
Gli Area e Demetrio Stratos


Gli Area e Demetrio Stratos (geniale band un po’ dimenticata)
Mentre la maggior parte delle band italiane di progressive rock impersonavano la figura del raffinato intellettuale, frutto degli scontri studenteschi del ’68, gli Area rappresentavano i sovversivi che erigevano barricate nelle strade. Guidati dal vocalist Demetrio Stratos - nato in Egitto da genitori greci e uno dei cantanti più originali della sua epoca - dal chitarrista Paolo Tofani e dal tastierista Patrizio Fariselli, gli Area seguirono la strada dei musicisti di Canterbury i quali unirono agit-prop e jazz-rock. Non è una coincidenza che il loro sound evochi spesso i Soft Machine, sebbene le strutture musicali degli Area appaiono più sciolte e caotiche. Arbeit Macht Frei (Cramps, 1973) presentò la loro nevrotica fusione di grezza elettronica, ritmi primitivi, allusioni mediorientali, melodie contorte e acrobazie vocali di Stratos. L’album include l’inno Luglio Agosto Settembre.
In seguito gli Area si spostarono verso il free-jazz con l’album Caution Radiation Area (Cramps, 1974) - che tra l’altro comprende il poema elettronico Lobotomia – seguito dall’album Crac (Cramps, 1974) più tranquillo e relativamente lineare, contenente la novità dance L’Elefante Bianco. Nel frattempo, Stratos iniziò la carriera solista con album più sperimentali e interamente dedicati alla voce umana, come Metrodora (Cramps, 1976) e soprattutto Cantare la Voce (Cramps, 1978) che lambisce la musica aleatoria di John Cage e l’esibizionismo vocale di Meredith Monk.
Il free-jazz, comunque, ispirò gli ultimi anni della band e in modo particolare i due "canti del cigno": la title-track dal live Are(a)zione (Cramps, 1975), e Caos da Maledetti (Cramps, 1976) dove partecipano il sassofonista jazz Steve Lacy e il percussionista Paul Lytton. Gli Dei Se Ne Vanno (Ascolto, 1978) fu l’ultimo album con Stratos che morì nel 1979. Il box-set Stratosfera (Akarma) comprende tutti gli album solisti di Stratos (enormemente inferiori agli album della band) mentre Revolution (Akarma) raccoglie i primi cinque album degli Area
Stratos nacque ad Alessandria d'Egitto da genitori greci. Il 22 aprile 1945. Nel 1962, diciassettenne si trasferì a Milano dove si iscrisse alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. In Italia assunse definitivamente il nome di Demetrio Stratos. Nel 1963 formò a Milano un gruppo musicale studentesco di soul, blues e rhythm and blues e fece esperienza in diversi studi di registrazione. Nel 1966 Demetrio Stratos si unì come pianista e voce solista al gruppo beat de I Ribelli, con i quali rimase fino al 1970 e con cui registrerà svariati 45 giri di successo (come Pugni chiusi, Chi mi aiuterà e Oh Darling!) e un album.
Nel 1972 fonda il gruppo degli Area, che si affermerà in Italia e all'estero sulla scia della fusion e del progressive rock . Nel 1978 lasciò gli Area per dedicarsi esclusivamente alla ricerca vocale. In quest'anno accrebbe la sua fama internazionale. Fu invitato da John Cage a tenere una serie di concerti al Roundabout Theatre di New York; è proprio di questo periodo "Event" con Merce Cunningham e la Dance Company, eseguito con la direzione artistica di Jasper Johns, quella musicale di Cage e la collaborazione di Andy Warhol per i costumi
All'età di 34 anni (nel 1979) Stratos fu colpito da una gravissima forma di anemia aplastica. Il cantante andò a curarsi al Memorial Hospital di New York. La notizia si diffuse in breve tempo in tutti gli ambienti musicali italiani. Fu organizzato a Milano un concerto per raccogliere fondi che sarebbero serviti per garantirgli la costosa degenza, in attesa di un trapianto di midollo osseo. A questo concerto accettarono di suonare alcuni suoi amici, ma le condizioni di Stratos si aggravarono improvvisamente e il cantante morì il 13 giugno 1979 per collasso cardiocircolatorio
Il concerto è in un album doppio dal titolo proprio IL CONCERTO omaggio a Demetrio Stratos.

sabato 2 febbraio 2013

Filippo Brancoli Pantera.


Ho visto per la prima volta le foto di Filippo, quest'estate esposte in una alla Galleria Numero 38 a Pietrasanta ed è stato amore a prima vista. Dopo essermi immaginata l'autore delle foto dal doppio cognome, un omone grande e grosso e diciamolo pure senza troppi giri di parole, pure avanti con l'età ed un po' puzzone (snob). Mi sono resa conto che non avevo capito nulla. Filippo Brancoli Pantera, è un ragazzo giovane, dinamico e simpaticissimo. Qunado ci siamo conosciuti, non ho potuto non raccontarli che immagine mi ero fatta di lui. Scoppiando entrambi a ridere.


Valeria: Ciao Filippo, iniziamo subito giocando un po', quale fotografo del passato vorresti essere stato?
Filippo: Se la metto sul romantico dico Atget, però mi vien da piangere a pensarci. Se dico Walker Evans invece mi sentirei figo, ma un po' troppo top per i miei canoni. Diciamo allora il mi' nonno che faceva le foto in russia durante la guerra. Non se lo filava nessuno, però vuoi mettere tornare vivo a casa, e anche con le foto fatte.

V: Hai avuto dei maestri?
F: Eh si! E meno male. Abbiamo troppo spesso l'idea-mito da inseguire che ci siamo fatti da soli. Quelli che ci son riusciti davvero, qualora la cosa sia possibile, hanno avuto solo un gran culo. Senza maestri non diventi un maestro, c'è poco da fare. Son tanti i miei, e cambiano spesso. L'unico che non posso non citare per influenza e amicizia reciproca è massimo vitali, ma so che sto facendo torto a molti altri.E pazienza.

V: In questo momento non proprio facilissimo, secondo te dove sta andando la cultura artistica nel nostro paese?
F: fanculo? Non vedo molte altre direzioni onestamente. Faccio finta di darti una risposta diplomatica e positiva? No non mi riesce, confermo la direzione.

V: Le tue foto raccontano luoghi. C'è un posto nel mondo al quale sei particolarmente legato?
F: Si. Quelli della mia infanzia… Madonna come sono retorico… purtroppo sono gli unici ad essere gli unici. Gli altri possono essere sostituiti da posti più fighi, belli, utili, divertenti etc, ma l'Appennino tosco emiliano non lo posso sostituire nemmeno con le dolomiti. Che non vuol dire che vorrei andarci a vivere, ma è lì, tra realtà e ricordo e non si cancella.




V: Il caso ha un ruolo o no nel tuo lavoro?
F: Non troppo, non penso ne abbia anche nella vita. Non credo troppo al caso. Bene o male siamo artefici del nostro destino.

V: Filippo a cosa serve l'arte secondo te?
F: A pensare al mondo reale. Solo se stai sulla luna vedi la terra.


V: La fotografia è...
F: linguaggio, come ogni altro

V: I tuoi scatti raccontano....
F: Storie. storie banali, sono quelle che più mi piacciono perché in mezzo alla banalità puoi cogliere l'eccezionalità delle cose.

V: Ed invece qual'è la fotografia di un altro fotografo che avresti voluto aver fatto tu?
F: non mi capita quasi mai, son troppo personali come gestione e scelta. Se capitasse vuol dire che qualcuno me l'ha rubata…



V: La foto impossibile??
F: Non esiste. Se mi viene in mente vuol dire che è possibile.

V: La mostra perfetta sarebbe...
F: auto installante

V: Progetti futuri?
F: Sviluppare quelli vecchi! molto più difficile che crearne di nuovi.

V: Gioie e dolori di questo lavoro.
F: In italia soprattutto è sempre quella di venir considerato un cazzone che non ha voglia di fare niente. Che è in parte vero, ma se fai un altro lavoro te la giochi con stereotipi a volte "positivi". L'immagine del fotografo (italiano) invece è talmente radicata e sputtanata che spesso non riesci a far cambiare questa idea.

V: Hai mai pensato di trasferirti per lavoro all'estero?
F: Si, già fatto. Lo rifarei anche. Come tornerei ancora in Italia. Non le considero scelte definitive, non ne vedo il motivo, se non a livello di complicazioni tecniche. Se spostarti ti aiuta, ti offre cose positive, ti stimola, perché non dovremmo farlo? Siamo troppo sedentari, un po' di indole, un po' per obbligo. Pensa a quanto costa muoversi in italia, e pensa a Germania, spagna o usa. Solo da noi spostarsi ha costi proibitivi. Certo non aiuta. Se voglio andare a vivere in un'altra città è logico che prima vada in esplorazione, che la frequenti etc. Se spostarsi è difficoltoso si riducono di molto le possibilità che possano nascere nuove cose, e questa cosa sta diventando purtroppo una costante in questi tempi, e in questi spazi. E mi fa girare molto le scatole, perché è un modo di tenere in schiavitù le persone senza che queste se ne rendano nemmeno conto.

V: Ultima cosa, Filippo si può fotografare tutto, o esiste il pudore verso qualcosa o qualcuno.
F: Tutto, sempre. Ci sono limiti personali, di caso in caso. Ma se si può pensare a tutto, si può anche fotografarlo.


Filippo, vive e lavora a Lucca.










Le "Poderose"


Pochi giorni fa, ho letto un articolo dove il Sig. Guido Guerzoni, ricercatore della Bocconi, ha affermato che in Italia si organizzano circa 11 mila mostre l'anno. UNDICIMILA mostre all'anno per una nazione come l'Italia, può voler dire molte cose: uno che ci sono troppi artisti e di conseguenza troppe mostre, due che ci sono molti appassionati d'arte e che l'arte piace o almeno fa stare bene. Tre: che tra le undicimila ci sono pure un sacco di boiate.
Ora il Sig Guerzoni si ferma lì e non ci dice quanti visitatori abbiamo le undicimila mostre....
Io non so quante saranno quest'anno quali saranno gli artisti che esporanno, ma alcune di quelle io chiamo le “Poderose” sono state confermate. Io ve le metto lì. Poi fatemi sapere.


ROMA: Partiamo dalla Capitale, che di solito di Poderose ne sforna due o tre l'anno. Il 23 gennaio inaugura al MAXXi, in attesa del nuovo direttore, una mostra dedicata ad Alighiero Boetti, mostra che fa seguito alla grande retrospettiva che si è tenuta l'anno passato al Reina Sofia di Madrid. Alighiero Boetti a Roma, curata da Luigia Lonardelli, si focalizza sul rapporto tra l'artista e la capitale, proponendo circa una trentina di opere, inedite o raramente esposte, che raccontano l'influenza che l'ambiente romano degli anni Settanta ha avuto sull'artista ed i contatti che ha stretto con altri artisti come Luigi Ontani o Clemente. Probabilità che io ci vada: 7. Boetti è sempre Boetti. .
Il 1 Marzo ecco la grande mostra delle Scuderie del Quirinale, “Tiziano” a cura di Giovanni C.F. Villa dove saranno riuniti ed esposti capolavori del maestro del cinquecento provenienti da diverse parti d'Italia tra cui: la Flora dagli Uffizi, la Pala Gozzi da Ancona, la Danae da Capodimonte, il Concerto e La bella da Palazzo Pitti. Un'occasione per per rivederle tutte. Da vedere.
Al Vittoriano, invece prevista a metà primavera “ Picasso, Braque, Léger e il linguaggio internazionale del cubismo”


RAVENNA: Che la follia nell'arte sia di casa ormai è cosa risaputa. Ma se non siete ancora convinti un'altra mostra sul binomio arte e follia inaugura il 17 Febbraio al Museo d'Arte della città di Ravenna
Bordeline Artisti tra normalità e follia. Da Bosch all'Art Brut da Ligabue a Basquiat.
La mostra è curata da Claudio Spadoni direttore scientifico del museo, da Giorgio Bedoni, psichiatra e psicoterapeuta, docente all'Accademia di Brera e da Gabriele Mazzotta.
La mostra mira a superare i confini che hanno diviso gli artisti “ufficiali” dagli emarginati...
Ma ce n'era bisogno? Il tema sembra scontato, i nomi in mostra però no. Merita. Non lo so. Non vi prometto che ci vada.

VERONA: Da Botticelli a Matisse. Volti e Figure. Allestita nel Palazzo del Gran Guardia, che da solo merita la visita, dal 2 febbraio al 1 aprile si terrà una grande mostra, curata da Marco Goldin che dopo aver la proposta nella basilica palladiana a Vicenza, (con oltre 150 mila presenze), la presenta a Verona. Un viaggio attorno al ritratto nella storia dell'arte. Le opere esposte saranno le stesse presenti nella Basilica di Vicenza, con l'aggiunta di un nucleo di opere provenienti dal Muzeul National Brukenthal di Sibiu, Romania. Probabilità di visita alta.

PADOVA: In mostra i capolavori della collezione privata di Pietro Bembo, al Palazzo del Monte dal 2 febbraio al 19 maggio. “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento” offre la possibilità di ammirare una ricca ed eclettica collezione, con opere di Raffaello, Giorgione, Tiziano e Bellini, ma anche antichità.
Pietro Bembo, con il proprio gusto estetico riuscì ad influenzare molti altri letterati e appassionati d'arte, tanto che la sua casa di Padova si guadagnò l'appellativo di “ casa delle muse”, diventando così precursore del moderno collezionista d'arte. ( Rimane scarsa la probabilità che io vada)

MILANO: Previste oltre 50 mostre, nel cartellone delle esposizioni del 2103, ancora incertezze su date ma è certa che a Palazzo Reale si terrà: “ Modigliani e gli astisti di Montparnasse: la collezione Jonas Netter”; ovviamente dopo essere presentata a Parigi. Poi dal Witney Museum di New York arriverà una grande mostra dedicata alla pittura espressionista astratta ( da Pollock alla Pop Art). E a fine anno, nel cinquantesimo anniversario della morte, la grande retrospettiva dedicata Piero Manzoni. ( Espressonismo e Piero Manzoni, probabilità alta, molto alta)

FIRENZE: Palazzo Strozzi dal 23 marzo al 18 agosto, la mostra (non proprio innovativa per la città, se mi posso permettere) La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze, 1400-1460. Una mostra divisa in dieci sezioni tematiche dove si illustrerà la genesi del mitico Rinascimento. Oltre 140 capolavori, molti dei quali sculture. Farà comunque bene immergersi in una mostra didattica. Boh?
A settembre sempre a Palazzo Strozzi arrivano i russi. Fuochi e ghiaccio. L'avanguardia russa, la Siberia e l'Oriente. Ora, a dircela tutta, il titolo è intrigante forte, le opere non saprei. La mostra viene presetata come una relazione fra l'arte russa e L'oriente, con particolare attenzione agli artisti russi che influenzarono lo sviluppo dell'arte moderna ormai un secolo fa come: Léon Bakst, Alexandre Benois, Pavel Filonov, Natalia Gončarova, Wassily Kandinsky, Michail Larionov e Kazimir Malevič.
Altre sono le mostre in programma per il 2013 a Firenze, si dice circa otto esposizioni temporane, nei musei del Polo Fiorentino, confermata per la prossima primavera” Norma e capriccio. Spagnoli in italia agli esordi della maniera moderna” dal 5 marzo al 26 maggio presso la Galleria degli uffizi, questa ve lo dico subito non ci vado. Non è partito preso, ma sono sicura di non potercela fare. Potrei vivere dentro gli Uffizi e innamorami ogni giorno di qualcosa di nuovo. Ma questa mostra non ci andrò. Magari qualcuno che va a visitarla poi me la racconta.
Ah se poi se non vi fosse chiaro, dove è nato il Rinascimento, dal 21 maggio al 15 settembre nella Galleria Palatina a Palazzo pizzi si terrà “ Il sogno del Rinascimento”.

Non so dirvi ad oggi, quali di queste “Poderose” riuscirò a vedere.Alucne come ho già detto sono sicura di no, anche se sarebbe una buona cosa vederle tutte, lo so... ma i buoni proposti di solito non vanno mai a buon fine.
Comunque qualsiasi di esse, od altre visiterò, non mancherò a scriverne. Voi fatemi sapere le vostre.