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venerdì 29 marzo 2013

Nell'occhio del Ciclope di Giacomo Lucarini.


DUNE, ovvero: SE L’AMBIZIONE E’ PIU’ GRANDE DELLA GALASSIA




Nel post precedente abbiamo esplorato la carriera nel cinema di Alejandro Jodorowsky, lo psicomago surrealista pop, senza affrontare una storia che di certo merita un capitolo a parte: l’ambizioso, e come vedremo folle, adattamento del leggendario romanzo Dune di Frank Herbert.
A metà degli anni ’70, dopo aver trionfato a livello internazionale e negli ambienti che contano con La Montagna Sacra, Jodorowsky è un artista pronto al colpo grosso anche nel mainstream, il giro grosso.
Naturalmente lo fa a modo suo… e la storia si intreccia con la leggenda. In ogni intervista rilasciata nel corso degli anni, ‘Jodo’ racconta episodi in modo leggermente differente o contraddice quelli che furono i suoi collaboratori. Ma la sua rimane di certo la versione più affascinante che esista (e certamente veritiera, seppure deformata dalla dilagante potenza affabulatoria).


All’epoca il primo dei romanzi di Dune era uscito da un decennio ed era già un cult osannato a livello mondiale: Frank Herbert, il suo autore, aveva creato un’opera stratificata, complessa, affascinante e scientificamente rigorosa pur trattando di pianeti lontani ed ecosistemi alieni. Jodorowsky non ne aveva letto neppure una riga ma, forse condizionato da discorsi avuti con alcuni artisti, un bel mattino si sveglia con una ispirazione divina, realizzare il film di Dune. Come un drogato, aspetta che apra la libreria più vicina, compra l’opera e si chiude in casa, finendola prima della mezzanotte. La sfida è pazzesca: quindi è sicuro di farcela. Prende subito una decisione molto significativa, ovvero non fare il ‘salto’ hollywoodiano ma tenersi alla larga dallo studio-system made in USA. Quegli americani che non stavano ancora meditando una simile trasposizione, ma che giocheranno ancora un ruolo, purtroppo non positivo, nella nostra vicenda. La fantascienza ad alto budget, dopo 2001 di Kubrick, si era arenata e Guerre Stellari (che tra le decine di fonti d’ispirazione annovera ovviamente Dune) sarebbe arrivato nel 1977.


Il regista telefona dunque a Michel Seydoux, 26 anni, parigino, la persona che gli aveva distribuito La Montagna in Francia con grande successo. In pochi minuti i due si accordano: comprare i diritti del romanzo, mettere in piedi una produzione internazionale da oltre dieci milioni di dollari (costosissima per gli standard non-statunitensi), e trasferirsi nel giro di 48 ore a Los Angeles. La prima fu la cosa più semplice, dato che nessuno studio aveva in cantiere una simile impresa, giudicando il libro infilmabile e magmatico. Mentre Seydoux cerca i finanziamenti, Jodorowsky va a caccia di un artista visionario almeno quanto lui per i disegni preparatori: è ancora la Francia a venirgli in soccorso, con uno degli illustratori e fumettisti più amati della storia. Jean Giraud, in arte Moebius, contribuisce alla stesura della sceneggiatura realizzando in tempo reale le visioni del vorace regista cileno. Per Jodo è amore a prima vista, e l’inizio di un sodalizio che si è poi sviluppato per una vita intera sulla carta (su Metal Hurlant e con L’Incal). Alla fine, saranno oltre tremila i disegni dell’artista della matita, un patrimonio di valore inestimabile composto durante le febbrili sedute tra parole e immagini. Manca però un tocco unico per le astronavi, una visione inedita: ecco allora i due avvalersi di Christopher “Chris” Foss, da anni illustratore delle copertine dei romanzi di fantascienza inglesi. Il suo lavoro colpisce i due, che lo convincono ad unirsi alla crociata spaziale. Gli studi di Foss per i mezzi dell’universo di Dune sono incedibili, gelidi macchinari che sembrano dotati di vita, capaci di mimetizzarsi e di ‘respirare’ l’atmosfera dei pianeti. 


La triade di artisti visuali si completa con un altro incontro, è il caso di dirlo, del destino: Hans Ruedi Giger, un pittore svizzero che Jodorowsky apprezzava per aver visto in un catalogo a casa di Salavador Dalì. Inutile ricordare l’importanza e l’influenza di un artista simbolico-surrealista capace di creare orrori tanto metafisici quanto terribilmente carnali: lo svizzero realizza per Dune alcuni artwork per l’oscuro e perverso pianeta Harkonnen (e dei leggendari ‘vermoni’) e per diverse scenografie del film.
Francia, Inghilterra, Svizzera: ‘Jodo’ conferma il respiro europeo della produzione, e i contatti con l’America rimangono, come sempre, abbastanza difficili. Come altro descrivere il fallimento della trattativa con il genio degli effetti speciali Douglas Trumbull, creatore del comparto visivo di 2001 Odissea nello spazio, Star Trek eBlade Runner? Pare che i due si trovassero caratterialmente incompatibili; in particolare il cileno lo accusa di avere ‘arie da padrone’, e di padroni ne serve uno soltanto… per cui, girovagando per Los Angeles, Jodo va a caccia di giovani talenti in piccoli festival di fantascienza amatoriale.
Nuovo incontro del destino: il regista vede un piccolo film molto ben realizzato sul versante degli effetti. Si tratta di Dark Star, girato da John Carpenter e curato tecnicamente da Dan O’Bannon, autore del soggetto e del cortometraggio da cui è tratto. Dan piace molto a Jodorowsky, ma palesa subito la sua personalità contorta e selvaggia che gli renderà la vita difficile anche a Hollywood, nonostante il talento: viene comunque imbarcato su Dune come responsabile degli effetti speciali.


La parte visuale èben coperta: adesso tocca ad un altro aspetto fondamentale per l’autore, le musiche. Scartata l’idea di una ‘semplice’ orchestra per la colonna sonora, Jodo si butta sui gruppi che gli piacciono. Contatta la Virgin, che gli propone i Tangerine DreamMike Olfield e i Gong… ma il cileno già vola con la fantasia e va oltre, facendo carte false per incontrare i Pink Floyd.
Altro burrascoso confronto artistico; i componenti del gruppo, a ridosso dell’uscita di The Dark Side of the Moon, non erano esattamente come il regista se li aspettava. Appena trentenni e all’apice del successo, si dimostrarono star flemmatiche che mandarono su tutte le furie l’autore di El Topo (che parla della sua “attesa interminabile, mentre davanti a me mangiavano bellamente patate fritte”). Rapido chiarimento, esposizione del progetto, altri due contatti a Parigi e via: Jodorowsky riesce a coinvolgere le maggiori star del rock psichedelico nella sua ‘crociata’ nell’universo di Dune. Sembra veramente fatta, con un delle premesse da instant-cult, ma la strada è ancora lunga… serve il cast: tra gli attori desiderati e quelli interessati a partecipare, i nomi diventano quelli di Orson Welles, Charlotte Rampling, David Carradine, Mick Jagger. Jodo però, naturalmente, vuole andare oltre: per lui è necessario avere a tutti i costi, nella piccola parte del folle Imperatore della Galassia, nientemeno che Salvador Dalì.



Immobile, seduto su un trono-water formato da due delfini, accanto ad un suo simulacro-doppio artificiale, l’Imperatore sarebbe stato un ruolo-evento storico. Peccato che i sette giorni di riprese previsti sarebbero costati 700 mila dollari: Dalì pretendeva infatti un cachet di centomila dollari all’ora, che avrebbe fatto di lui l’attore più costoso della storia del cinema. Il cilento tenta prima di mediare sulla cifra, poi di ridurre le pagine del copione per il personaggio, infine accetta la cifra pazzesca ma riduce l’impegno a solo un’ora di riprese. L’altro va su tutte le furie, poi accetta anche di farsi riprodurre in formato di pupazzo-robot, a patto che alla fine del film questo venga donato al suo museo. L’accordo è firmato su una pagina del libro dei tarocchi di Jodo (relativa all’Appeso), che il regista aveva strappato durante un eccesso di frustrazione pensando proprio a Dalì.
Questa fu l’ultima delle deliranti storie legate al Dune dello psicomago surrealista: nel frattempo era passato troppo tempo e lo spreco di denaro per la pre-produzione era stato enorme, più di due milioni di dollari. I finanziatori francesi gettano la spugna nonostante moltissimo materiale fosse pronto, spaventati dalla verve faraonica e senza limite di Jodorowsky. Tutto evapora in una bolla di sapone, complice anche – a quanto pare – l’ingerenza di potenze hollywoodiane, che avevano vissuto come una sfida aperta l’europeismo dell’adattamento di Dune e che cercarono di fagocitare il progetto.


Jodo si prese un periodo lontano dal cinema, continuando a dedicarsi ai suoi molteplici interessi in campo artistico, letterario e magico: della sua sceneggiatura di Dune, però, non rimane traccia. Il lavoro realizzato da MoebiusGiger e Foss sarà in parte riutilizzato per il Dune che verrà e in parte per un film che segnerà l’immaginario collettivo: Alien, di Ridley Scott, in cui a fare la parte del leone sarà lo xenomorfo ideato dallo svizzero con il nostro Carlo Rambaldi. Una pellicola che porta la firma nel soggetto e nella sceneggiatura dello scatenato Dan O’Bannon.
Dune, come detto, risorgerà e passerà di mano in mano fino alla partenza definitiva della produzione, da zero, ad opera di Dino De Laurentiis per la Universal, con la sceneggiatura e la regia del giovane David Lynch (altro personaggio arrivato dal mondo dell’arte e della pittura). Anche stavolta però sarà un viaggio lungo e travagliato, per un film destinato, pur con tutti i suoi difetti, a diventare un meritato cult della fantascienza mondo.


lunedì 25 marzo 2013

Librazioni, di Diego Bertelli

Mabel dice si.

Luca Ricci 







C’è una scena rituale in Mabel dice sì, l’ultimo racconto lungo di Luca Ricci (Einaudi 2012): si tratta di un’esperienza cannibalica, in cui l’eponima protagonista della storia viene servita ai suoi innumerevoli amanti in piccole porzioni e ancora viva. A raccontarla è l’aspirante pianista/portiere di notte dell’albergo dove lavora anche Mabel: è solo un sogno, per quanto vivido, dove è andato a depositarsi un bel po’ di residuo diurno accumulato accanto a questa ragazza in apparenza non troppo attraente e vagamente androgina, ma circondata di uomini a cui dice sempre sì. Mabel non avrebbe nessun problema a dir di sì anche al nostro romantico e inerme voyeur, ma egli si trattiene, nella vita e nel sogno; è l’unico che non si nutre del corpo di lei ma guarda soltanto, mentre perfino Dorina, la donna che lavora nella cucine dell’albergo, si avvicina curiosa e famelica.
Mabel, che è corpo, ma prima ancora qualcos’altro: un nome, strano, per altro. Con questo attributo il personaggio maschile tenta un primo, goffo dialogo con la ragazza. Intrappolato con lei dietro il banco della reception, egli spera così di rompere il ghiaccio. «Mi aspettavo che mi spiegasse per filo e per segno perché i suoi genitori gliel’avessero dato. Invece si limitò a una spiegazione tecnica, da dizionario: Mabel era una leggendaria principessa inglese invocata contro i fulmini e serpenti, la parola deriva dal verbo latino amare e significa “amabile”».
Con un’associazione del tutto ingiustificata e un riferimento forse non troppo azzeccato, la scena del cannibalico convivio di Mabel mi ha fatto pensare a una canzone presentata a Sanremo giovani circa dieci anni fa. È un pezzo di un gruppo ormai non più attivo, La Sintesi, intitolato Ho mangiato la mia ragazza. Il ritornello all’inizio fa così; «Ho mangiato la mia ragazza / per la mia voglia di conoscere a fondo la verità…». Insomma, il riferimento è quello che è, ma l’associazione viene da sé: sapore/sapere. Non so in quanti abbiano letto o si ricordino Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino, che avrebbe dovuto intitolarsi appunto Sapore sapere. Il senso è lo stesso, sia in termini di significato sia di sensazione che ne deriva.
Anche per il protagonista scoprire la verità su Mabel significa sentirne il sapore, gustarla come si gusta una «tartina»; invece il nostro mancato Glenn Gould non si perita di sussurrarle nell’orecchio se sta bene. E Mabel dice sì, anche in questo caso, come sempre ha detto sì agli uomini. Non resta che continuare a guardare, a chiedersi se i gemiti di Mabel siano dolore o piacere. È certamente interessante che del protagonista maschile di questa storia, a differenza di Mabel, non si sappia neanche come si chiami. Che i nomi siano la conseguenza delle cose qui è chiaro più che mai: in dubbio è infatti l’identità di genere del protagonista, specie di fronte a Mabel e alla sua vita.
Quella della sessualità del protagonista è una traccia sotterranea, che sale a volte in superficie, ma senza inquietarlo veramente; egli non sembra capire quello che Mabel gli dice quando lui prova a toccarla: «Tanto non ti piace»; egli non sembra neanche rendersi conto che preferisce la compagnia di Nicola, uno degli amanti di Mabel, o del paracadutista che vuole aprire una scuola di bungee jumping vicino all’albergo. La questione è davvero quella del salto. Si tratta di lanciarsi nel vuoto, e il protagonista ammette la sua paura: per quanto la corda sia sicura, l’esperienza lineare, verticale del vuoto non fa per lui. Egli è senza dubbio un carattere circolare e così è la narrazione: il racconto ha infatti una sorta di cornice speculare all’inizio e alla fine che sembra proteggerne la formazione (anche laddove si tratta di una sviluppo mancato): «oggi». Incastonato in mezzo c’è il passato, ancora presente (come se fosse): «ieri». È qui che Mabel (in quanto nome e in quanto persona) apre la narrazione, caratterizzandola fino al raggiungimento dell’equilibrio: a questo punto la storia potrebbe anche finire, ossia portrebbe andare avanti all’infinito: nuovi amori, nuovi amanti, ennesimi fraintendimenti ed ennesime evoluzioni che seguono il corso dell’alta e della bassa stagione dell’albergo, dove i destini di tutti finiscono l’uno addosso all’altro come su una pista di autoscontro: incaponiti, un po’ stolidi, i personaggi di Ricci rimbalzano e vanno avanti fino a frontale successivo. Invece qualcosa accade: Mabel scompare, di lei non si sa più nulla. Addirittura c’è il sospetto di una gravidanza inattesa.
Adesso è arrivato il momento: il voyeur deve mettersi all’opera. Certamente egli non è Ulisse, ma un po’ Telemaco è, per quanto la sua ricerca sia quella di una figura ultrafamigliare, sintesi del mascolino e del femminino. Soltanto qui comincia la Bildung, il cui senso non sta tanto nel ritrovare veramente lei; è nel momento della ricerca vana che il protagonista cresce; viene riconosciuto dagli altri, ottiene una promozione, acquisisce una sua embrionale identità. Conseguenza di questa cosa: egli non odia più il suo passato, riconsegna il pianoforte senza drammi, si sente a suo agio con l’amico paracadutista e lo invita a cena per festeggiare. È così che egli ritrova veramente Mabel, ma il ritrovamento è appunto qualcosa di più di un incontro, della risoluzione dei fatti: è invece lo splendore dell’enigma. Mabel non ricomparirà, risaltando infine più che mai; a ridarne il segno, la traccia ormai sepolta, sarà invece un giovane ragazzo di appena vent’anni, i cui occhi sembrano ridere come ridevano quelli di lei.